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Tra il golfo d'Alghero e Oristano s’incontra un'isololotto, chiamato dai pescatori Mal di Ventre, luogo ideale per la pesca, viene ricordato soprattutto dai marinai per l'abbondanza di pesce e la furia dei mare dominato dal libeccio e dal maestrale. Circondato da scogliere insidiose, fin dall'antichità è stato teatro di grandi naufragi.

L'Asinara vista da Stintino

Per arrivare nell’isola di San Pietro più precisamente a Carloforte, da Mal di Ventre bisogna percorrere 45 miglia lungo la costa delle miniere della Sardegna da Buggerru ad Ingurtosu.

Si naviga ora in fondali piuttosto bassi e ampie secche, scogli affioranti, che consigliano una cauta navigazione. Durante una tempesta, l'apostolo Pietro in viaggio verso Karalis fu obbligato a fermarsi dando per sempre il suo nome all'isola, un territorio di 51 chilometri quadrati dominato da una collina, Punta Guardia dei Mori, alta 211 metri. I Fenici la chiamavano lnosim, terra degli sparvieri, sede di un tempio dedicato a Baal Shamin, signore dei cieli. A Carloforte, cittadina settecentesca, tutto sembra diverso rispetto al resto della Sardegna, diverso il clima, più vicino all'Africa che all'Europa, diverse l'architettura, la cultura marinara e soprattutto la lingua. In città si parla un dialetto ligure detto "tabarkino". Questo dialetto deriva da una colonia di liguri originari di Pegli, discendenti di un gruppo di deportati nel 1540 nell'Isola di Tabarqa, vicino alla costa tunisina. In seguito un'immigrazione di pegliesi, completò a metà del secolo l’insediamento ligure a Carloforte. L’isola di San Pietro consente facili escursioni lungo gli affascinanti paesaggi della costa: per giungere a Punta Nera, si costeggiano le saline, lo stagno della Vivagna, si gira per Punta delle Colonne, nel sud dell'isola, dove si trovano piccole insenature e spiagge dalla finissima sabbia. Tornando indietro, s'incrocia da una parte la strada per Cala dello Spalmatore e dall'altra per Capo Sandalo. Attraversando il canale di San Pietro, poco più di tre miglia da Carloforte, si arriva a Calasetta, nell'isola maggiore dell'arcipelago sulcitano. Una città che nasconde il suo fascino antico, assediata com'è da un invadente paesaggio industriale che ne spezza l'antica armonia. Sant'Antioco sorge dove una volta c'era Sulci, città fenicia, costruita su un insediamento nuragico e importante nel mondo antico per le sue miniere, di fronte a Sulci, nel 258 avanti Cristo, i Romani batterono i Cartaginesi in una terribile battaglia navale. 

 

La situazione si aggravò quando Sulci si schierò dalla parte di Pompeo durante la guerra civile, provocando la reazione di Cesare che la fece mettere sotto assedio. L'importanza storica di Sant'Antioco è confermata da una ricca documentazione archeologica, dall'acropoli fortificata dei IV secolo avanti Cristo al tempio romano, fino all'anfiteatro romano del II secolo dopo Cristo

Ma è sicuramente l’antico tophet il monumento che ha più fascino, luogo deputato al sacrificio, che riporta indietro nel tempo fino al secolo VIII a.c.. Si dice che gli antichi Punici lo usassero per sacrificare a Tanit e Baal i figli primogeniti, come indica il ritrovamento di mucchietti di piccole ossa, gli archeologi al contrario pensano si sia trattato di un cimitero di bambini. L'isola dì Sant'Antioco, lunga 18 chilometri e larga otto, è la più estesa tra le isole della Sardegna, si presenta accidentata e dominata da un monte alto appena 271 metri e dal nome terribile: Perdas de Fogu (pietre di fuoco). Continuando verso sud, via mare, s'incontrano tre isolotti che si chiamano Toro (il più lontano), Vacca (il più grande) e Vitello (il più piccolo).

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