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I resti scheletrici e il pavimento del vano tombale venivano impregnati di ocra rossa, quasi ad invocare la rinascita e quindi a testimoniare la fede in una vita ultraterrena: il rosso richiama l'idea del sangue e della rigenerazione e il medesimo rituale è attestato nel Mediterraneo sin dal Paleolitico.

Tra gli altri elementi di cultura materiale ricordiamo reperti litici (accette, pestelli, schegge di ossidiana e selce, punte di freccia) e in osso (punteruoli, spatola).

Nella cultura di Bonuighinu è attestata la pratica dell'attività agricola con coltivazioni di triticum dicoccum e triticum monococcum. Prevalente risulta l'allevamento di ovi-caprini e di bovini, mentre continua la caccia del prolagus.

La terza ed ultima fase che chiude il Neolitico sardo (Neolitico Recente, 3500 - 2700 a.C. Cultura di Ozieri o di San Michele) ha un ampio respiro regionale.

Le ceramiche si distinguono per la ricchezza e la varietà tipologica e decorativa. Accanto a tipi vascolari già noti nel Neolitico Medio, si osservano forme del tutto nuove, che ci suggeriscono confronti con l'area del Mediterraneo orientale: la pisside, il vaso a cestello, il tripode. E' un momento di apertura al mondo circostante con una forte circolazione di impulsi culturali e fenomeni di scambio di reciproche influenze. La decorazione dei vasi è incisa, impressa, graffita e plastica. Vengono realizzati numerosi motivi decorativi rettilinei e curvilinei che talvolta interessano l'intera superficie esterna del vaso e, in qualche caso, nelle forme aperte, anche l'interno. I motivi decorativi consistono in segmenti dentellati disposti a semicerchi concentrici e a festoni, in bande o fasce di bande tratteggiate, in triangoli campiti di punti. Non mancano spirali, cerchi radiati, figure stellari. Nelle ceramiche di cultura Ozieri compare inoltre la figura umana ottenute con la tecnica dell'incisione e dell'incrostazione. E' una rappresentazione stilizzata, di solito del tipo a clessidra: il corpo è costituito da due triangoli contrapposti per il vertice a cui si aggiungono elementi filiformi per disegnare le braccia, le gambe e il collo; un disco riproduce la testa, senza l'indicazione dei tratti del volto.

E' abbondante l'industria litica in selce e in ossidiana: punte di freccia e di giavellotto, raschiatoi, lame. Sono presenti anche strumenti in pietra dura come accette e teste di mazza.

Per quanto riguarda gli abitati è documentato in questo momento, accanto ai numerosi ripari, soprattutto il villaggio all'aperto, costituito da agglomerati capannicoli talora anche piuttosto estesi. Per l'ubicazione delle capanne subcircolari o ellissoidali (in alcuni casi incavate nel terreno e costituite interamente da materiale deperibile, in altri casi realizzate con uno zoccolo in pietra e pareti in legno) si scelgono zone asciutte, spesso pianeggianti, o in leggero declivio

Paradossalmente abbiamo la possibilità di ricostruire gli ambienti di vita dalle strutture tombali ipogeiche tipiche di questo periodo, che riproducono numerosi elementi dell'architettura domestica: sono le domus de janas, grotticelle artificiali scavate con picchi di pietra nel calcare, nel basalto, nella trachite, nel tufo e nel granito. Talvolta si osservano esemplari isolati, talaltra le tombe si raccolgono in piccoli gruppi o in vaste necropoli. Le domus de janas presentano una notevole varietà di tipologie d'ingresso (a pozzetto o calatoia, a dromos o a corridoio non coperto, sul piano di campagna, a piano rialzato), determinata dalla necessità di adattare lo scavo alla morfologia della zona; variano anche le planimetrie: sono attestate tombe semplici monocellulari, di pianta rotonda o quadrata, e tombe più complesse e articolate, pluricellulari, dove gli ambienti sono collegati da corridoi (con schema a "T", a sviluppo longitudinale o centripeto). Tra gli esempi degni di nota ricordiamo la necropoli di Sant'Andrea Priu (Bonorva - Sassari) e quella di Montessu (Villaperuccio - Cagliari).

Si osserva, in linea generale, l'assenza di una progettualità almeno all'inizio dello scavo: sembra infatti che, quando si tratta di ipogei pluricellulari, gli ambienti vengano aggiunti in momenti successivi, in rapporto a nuove esigenze di spazio, senza seguire un piano preordinato. Numerose domus de janas ci restituiscono figurazioni scolpite, incise e dipinte diversificate nei motivi, legate ad una ideologia di vita-morte-rinascita: l'ipogeo viene concepito evidentemente come la nuova dimora del defunto, dove egli continua a vivere circondato non solo dai propri oggetti ma da un ambiente a lui familiare (vengono infatti riprodotti all'interno elementi architettonici delle dimore dei vivi: focolare, pilastri, colonne, tetto). Non mancano simboli di ispirazione naturalistica: molto comune è la rappresentazione delle corna o della protome taurina, immagine della divinità maschile. Si osservano inoltre cavità lenticolari sul pavimento (fossette) e sulle pareti (coppelle) degli ipogei: tutto ciò a testimoniare la presenza di un vero e proprio culto dei morti praticato anche all'interno delle stesse tombe.

Per quanto in Sardegna sia diffusa ampiamente la sepoltura a domus de janas, osserviamo zone ad alta concentrazione (Monte Acuto e Nurra) e zone di maggiore rarefazione, determinate queste ultime da fattori culturali (Gallura) o da motivazioni di natura fisica (Goceano).

Pertanto, accanto agli ipogei appena descritti, sono presenti nell'isola, contemporaneamente, altre tipologie di sepoltura: fossa terragna, grotta o riparo naturale, tombe ipogeico-megalitiche (domus con elementi megalitici aggiunti), dolmen.

Ci soffermiamo a descrivere quest'ultimo tipo di sepoltura, molto diffusa.

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